I testi musicali

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ALBERGO AD ORE
Parole e musica di Cip Barcellini ( 1960 )

Come è triste far l’amore
In un vecchio albergo ad ore,
fa rumore certa gente
nella camera vicina.
C’è qualcuno che bisbiglia,
qualche altro che origlia
alla porta delator.
Come è triste far l’amore
fra le umide lenzuola,
sui giacigli che tu sola
non trovi scricchiolanti,
nelle camere di tanti
con il documento in mano.
“ Mi raccomando faccia piano,
per scappare scala B:”

Amor, amor,
parola magica,
che costa un sorriso e una cambiale
e spesso ci resti pure male
se il conto, causa i tempi,
è un po’ di più.
I giorni se ne vanno
e tutto aumenta.
Il tempo di fermata è limitato,
tu esci e già un altro
si è infilato
nel letto che hai pagato tu.

Come è triste far l’amore
In un vecchio albergo ad ore,
la padrona ti riceve:
“ Buonasera cavaliere,
la ragassa di Bologna
non la trova qui stasera
poverina l’è in galera
ecesso di velozità.”
Come è triste far l’amore
In un vecchio albergo ad ore,
col pericolo vicino
se ti arriva il questurino.
Con la sveglia nella mano
“ Vai veloze ma fai piano”
Paghi, scendi e te ne vai…

La la la…

AMOR MECCANICO
Parole e musica di Cip Barcellini ( 20-11-1966 )

Era bellina, sui trentatre,
sì, ma per gamba, più altri due o tre
I denti d’oro, ma solo placcati,
di sopra e di sotto, ma anche cariati.
Forse, un po’ piccoli, tipo “mignon”,
montati a vite, ma “ c’est si bon. “
Era francese la “ gigolette”
Mi cunt i dònn sunt un falchètt.
Io, l’ho capita la francesina
Dall’occhio in vetro senza la retina
Che mi importa a me poi dell’infarto
e se di legno ha anche un suo bel arto.

Lei claudicante, io nullatenente,
sì, ma la classe dove la mettiamo.
Io attendente, lei moglie di un tenente,
promosso da defunto capitano.
Mi sussurrava, sputandomi negli occhi,
parole dolci, con tutti gli ingranaggi,
me la sposai, malgrado i fianchi stretti,
lubrificata e con tutti i raggi.
Ora, son babbo e lei mette alla luce,
ogni giorno, una lavatrice.

CHICCO DI NEVE
Poesia musicata, una sola volta, in Germania nel 1957.
Parole di Cip Barcellini – Musica di Henry Hablat

Era un fiocco, un fiocco di neve
che sulla finestra si posò
ed un passerotto, con tono greve,
neppure di uno sguardo lo degnò.
Disse il fiocco : “ Buongiorno signore,
scusi se ho disturbato.”
“ Non importa” rispose il passero
“ non è un gran peccato “
“ Oh, grazie “ riprese il fiocchetto
“ il nome mio è Chicco di neve “
“ Piacere. Passero solitario”
Ma tenne sempre quel tono suo greve.
Poi, si addolcì, divenne amico,
sorrise al fiocco con gran cortesia.
Il fiocco si sciolse lentamente
e l passero , triste, volò via.

DARIA
Parole e musica di Cip Barcellini ( 1965)

Però, che strano quella volta che a Milano
mi facesti una proposta un po’ osé
e la notte, vigliacca ed assassina,
non nascose ai miei occhi il décolleté.

Mi portasti sul tuo talamo di lusso,
tentennavo e fremevo anche un po’.
La tua classe era fuori discussione,
posai un centomila sul comò.

Daria,
la mia voce un po’ stentata,
se parlavo era stonata,
ma facevo castelli in aria.-
Daria,
ti ho dato il contributo
e mi è rimasto un muto
senso d’orticaria.

Daria,
l’avventura cittadina
mi proponesti, quella mattina.
come una vera balia.
Daria,
ne ho parlato al mio paese,
un bel viaggio, molte spese
e in più senza diaria.

Daria,
bella è stata l’esperienza,
gentile l’accoglienza,
ma cara come l’aria.
Daria,
per la prossima ci penso,
centomila è senza senso,
meglio prender la malaria.

Daria,
un bagaglio d’esperienza
ma per ora faccio senza,
ho due esami di agraria.
Daria,
forse mi sono confuso
è stato solo un refuso
dell’arte “culi in aria”.

DICHIARAZIONE
Parole di Cip Barcellini – Musica (1966)

Dalla finestra
vedo un cielo da bestemmia,
son senza forze
non mi va più di lottare.
Sono ridotto
a pensar solo al tuo corpo,
forse lo faccio,
per darmi un po’ da fare.

Tu lo sai come amano i poeti?
Porco Giuda, quelli sì che ci san fare.
Qualcuno dice che lo fanno anche i preti,
ma non conosco il lor modo d’espletare.

Sto cercando un “ modus vivendi “
per dare un senso al mio modo di campare,
tutta la mia vita è un saliscendi
qui’ in città, ai monti e pure al mare,
mi vien da dire.

Amica mia, con sto’ cielo da bestemmia,
ho rimandato ogni decisione,
niente ricerca, oggi è giorno di riposo.
Se scavo ancora, va a finire che ti sposo.

ERA ASMATICO DI PADRE NUMISMATICO
Parole e musica di Cip Barcellini ( 1970)

Era asmatico di padre numismatico,
grande amatore, delle donne e del piacer.
Eterogeneo nel sesso e nell’amplesso.
Molto richiesto da gran dame e ferrovier.

Ma una sera “ cupida”, su un treno provinciale,
per un arresto rapido in una piccola stazion,
uscì in modo energico da una Ritirata,
chi disse per un pugno, chi per la frenata.
Intervenne la Poli-Ferroviale,
fu messo dentro per “ Atti contro la morale”

Era asmatico di padre numismatico,
quasi bi-nobile da parte di mammà.
Ipersensibile alle gote di un bel efebo,
praticava l’amor con voluttà.

Ma il volgo improbo, contro l’asmatico,
anche se nobile, non lo perdonò.
Prese il figlio del numismatico
e dentro ad un vagone lo piombò.
Fu attaccato ad un noto Rapido,
Transiberiana verso Pechino, dove lavora
attualmente, alle Poste, come lecchino.

ERA

Parole e musica di Cip Barcellini ( 1966 )

Era una donna tutta culo e tette,
giocava a scopa, a volte, anche tresette.
Il suo nome era Gina Tieniduro,
cozzarle contro era come andare contro un muro.

Era superba se vista di profilo,
un po’ eccedente diciam di qualche chilo,
era solerte nell’arte dell’amore
e si donava notte intere, oppure, ad ore.

Femmina, con lo sguardo languido,
sensuale apatica,
dimmi tu chi sei.
Energica, anche un po’ sensibile,
genital nimfomane, resti tu per me.

Era imbattibile nell’occhietto ai clienti.
Sorriso in oro con ben 40 denti.
Di vita larga, ma di gamba secca.
“ Baciami e tienimi, senza far cilecca.

Era tenuta in considerazione,
da tutta quanta intera la nazione,
ma con gli anni, amata genitrice,
fu ritirata e messa a fare la fattrice.

“ Femmina, vaginal sensibile,
tu mi hai fatto abile”
cantavamo in cor.
Fatua, sostanzialmente pudica,
di un rossore pallido, ci apparivi tu.

Ma una notte fu presa da un gran male,
durante un parto sett- ottoginale
e sentì al lobo un gran dolore.
“ Accidenti a quelli nati per amore “
Prima di spirare ebbe un dramma,
non per il fatto di diventare mamma.
Con lo sguardo si guardò in giro e disse:-
“ Qui perdo sicuramente qualche chilo “

Femmena, cadaver glaciabile,
tu che fuochi desti al paese inter.
Sterile, ormai sul letto candido,
ma ancora “vergine” per i pascoli del ciel.

IL BARACCONE
Parole e musica di Cip Barcellini ( 1966)

Oggi è la festa di San Petronio,
grande fermento, grande occasione.
In fondo alla piazza, dietro al Circo,
c’è un gran Baraccone.
“ Venite signori, signori venite.
Avanti , c’’è posto, ma niente lite,
c’è posto per tutti, bisogna pagare
un misero obolo alla morale.”

Son tante le gabbie con bei esemplari,
ci son due ministri, gli addetti ai salari
di un ente statale, di un ente morale,
un prete, due suore, un bel cardinale.
Ci sono gli artisti intellettuali,
con grandi discorsi e sforzi anali.
La gente spinge e vuole vedere
che cosa si ottiene con un bel sedere.
Ci sono i gracili fiori del fango,
che ballano a ritmo serrato di tango,
le gran favorite della legge Merlin,
ormai, non più schiave di vecchi casin.

Oggi, è la festa di San Petronio,
la gente invade il Baraccone,
vuole conoscere la differenza
che c’è fra un eletto e un grande coglione.
“ Di qua brava gente.
Con rapide occhiate,
potrete vedere le grandi fregate,
col tempo che ha fatto da intermediario,
tra i calci in culo e un po’ di salario.”

In bella mostra, su rossi velluti,
cin son sfruttatori e vecchi rifiuti,
ci sono enti assistenziali
e alcuni capi di certi ospedali.
Ci sono leggi e la bandiera,
c’è “ L’amor di Patria”:
“ Sì, buonasera !”
Ci sono le truffe, omicidi stradali.
Le donne ormai svengono. Ci vogliono i sali!

Ci sono le dame di compagnia,
il telefono amico e l’opera pia,
ci sono i club e le associazioni,
le tasse, gli affitti, gli sfratti… i cannoni.

Ormai, c’è la guerra.
Ci sono gli spari.
Ci son diecimila paganti ignari,
che appena usciti dal Baraccone
si trovano in marcia. Un vero squadrone.
E verso la gloria son spinti gli eletti,
invano invocati dalle spose, nei letti.
Di nuovo massacri, di nuovo spari,
di nuovo al macello i giovani ignari,
dopo aver visto in un bel girotondo,
quanti pagliacci ci sono nel mondo.

IL DURO DI MILANO
Parole e musica di Cip Barcellini ( 1962 )

Io sono il duro di Milano,
tipo alla buona, ma svelto un po’ di mano,
a Sinigaglia mi chiamano “ il milord “.
Fumo Nazionali, ma viaggio con la Ford.

Sono un duro, guardatemi nel viso,
tipi così non vanno in Paradiso,
il nostro Paradiso artificiale,
credete a me, è la Condizionale.

Non sono mai stato a Sing Sing,
non bevo whisky e non assaggio Gin.
A San Vittore mi mandò una disgraziata,
che si era presa, di me, un’imbarcata.

Io sono il duro di Milano,
gli amori non li conto su una mano,
nei night, nelle taverne, alla sera,
le bionde mi dan la Primavera.

Di pistole ne ho in quantità,
però son tutte al Monte di Pietà,
ma n on importa, tanto qui l’Arturo
di Milano rimane sempre il duro.

IL PEPINO
Parole e musica di Cip Barcellini ( 3 febbraio 1961 )

Il Pepino te lo dico è un “drito” forte,
col vespone fa il giro della morte
e questa storia gliela voglio dedicare
perché è un “ drito” da non sottovalutare.

Il nome suo vero è Brambilla,
nome vecchio tipo milanese.
Però è uno che ha la scintilla,
si fa chiamare: “ Niki il portoghese “.
Le donne te le tratta con “ duresa”,
con l’occhio spento lui ci sa ben fare
ed è l’amante di una “baronesa”
che in viale Maino è andata ad abitare.

Il Pepino vende le americane,
le piastrine di esportazione,
se vuoi whisky devi solo domandare
e lui te ne scarica un vagone.
Al collo un foulard americano,
il giubbotto alla Brando Marlon,
sembra tutto meno che italiano,
con quei tubi di tela per calzon.

L’è la storia un po’ corta del Pepino,
conosciuto come Niki il portoghese,
a San Vittore, per colpa del destino,
c’è finito propri
o questo mese.

IL TEMPO CHE FU

Parole e musica di Cip Barcellini (1962)

Quante notti d’inverno in vecchi abbaini,
quanti sogni pittati con la calce sui muri,
quante albe dolenti con le palpebre chiuse
quanti gotti di vino, quante inutili parole.
Quanti visi smarriti andare incontro al nuovo giorno,
quante facce stupite nel vederci passeggiare
sulle strisce pedonali, con il freddo nei pastrani,
con la nebbia tra i capelli, chiamandoci fratelli.

Quante notti sprecate, si dirà : “ era giovinezza “
Quanti sogni svaniti si ricorderan ridendo.
Quante albe gettate, tutto sonno perduto,
nello specchio del tempo rinneghiamo il passato
e scuotendo il capo, guarderemo beati
alle notti di un tempo ed agli anni dissipati.
Eravamo felici, io volevo cambiare il mondo
e credevo, con gli amici,
d’invertire il girotondo.

IL TRAM AGESILAO

Parole di Cip Barcellini – Musica (1965)

Era un tram eccentrico, tutto malandato,
con gli attacchi a mantice, in cattivo stato.
IL trolley a stanga e la pubblicità
vecchia e ingiallita, sparsa qua e là.

Era un tram poetico, coi fari sonnecchianti,
portava passeggeri e ne portava tanti,
le panche ricoperte di pelle demodé,
le tende ai finestrini, con pizzi e col plissé.

Quel giorno al Cordusio, di fianco ad un collega
capì che il suo tempo prese una brutta piega.
Andare in pensione per la sua giusta età,
passare da vecchio , una calamità!
Non si sentì impresentabile, forse, un po’ trasandato
Il vecchio Agesilao di un tempo ormai passato,
che ricordava i tempi dei carri e dei landò,
mandato in pensione al deposito di Rho.

Addio al mondo, addio alle rotaie,
fedeli alleate di un tempo che fu,
addio a tutti i passeggeri
che purtroppo ormai non vedrà più.
Addio a tutti i suoi conducenti, ai bigliettai sempre scontenti,
alle contesse ed ai ragionieri, alle impiegate scacciapensieri.
Alle donnette, sempre vocianti, agli operai che salivan davanti,
agli studenti ed ai bambini, sempre discoli, ma molto carini.
Addio al mondo ed alla città, tutto è passato, chi fermerà
il tempo che ora l’ha portato
al suo deposito. Ormai pensionato.

IL TUO RAGAZZO
Parole di Cip Barcellini – Musica (1966)

Avevi un ragazzo con mille sogni,
con cento sorrisi e buone maniere,
ma niente denari, nemmeno a parlarne,
neppure voleva pensare a farne.
L’hai lasciato in un giorno d’Aprile.
Gli hai detto: “ Ricordami, senza soffrire.”
Te ne sei andata su una cabriolet,
con un vecchio signore, accanto a te.

Andasti nel mondo, in cerca di vita,
in cerca d’amore e di qualche sorriso.
L’avevi per sempre e da lui sei fuggita,
inseguendo illusioni che poi ti hanno irriso.
Volevi l’odore di mille mughetti,
fra rossi divani e cose preziose.
Perdesti il profumo dei tuoi vent’anni,
fra baci venduti per un mazzo di rose.

Un giorno tornasti, con mille amarezze,
con brutti ricordi, più nulla da fare.
Ti mettesti di nuovo a cercare
quel ragazzo che sapeva amare.
Ma, ci fu qualcuno che, a bassa voce,
ti disse: “ Ormai c’è solo una croce,
è stato quel giorno che lei se ne andò,
rimase da solo e si annegò.”

L‘ ANATROCCOLO

Parole e musica di Cip Barcellini ( 1959 )

Vivevo in una soffitta,
avevo una cassetta,
un anatroccolo tutto spennato
viveva felice con me.
Per lui quella cassetta
era la sua soffitta,
quell’anatroccolo tutto spennato
starnazzava per me.

Gli parlavo dei miei sogni, delle mete,
delle stelle, dell’eco del mar,
gli insegnavo a seguire le comete,
gli insegnavo a parlar ed a cantar.

Vivevo sotto i tetti,
coi gatti tutti matti,
un anatroccolo tutto spennato
viveva felice lassù.
Lo lasciai, solo e libero
su sua richiesta scritta,
quell’anatroccolo tutto spennato
con la valigia partì.

PARLATO : Il tempo corre veloce, ma i veri amici non si scordano mai. Quell’anatroccolo tutto spennato, lontano da me, soffrì di nostalgia, deperì e impossibilitato a tornare.
CANTO : Quell’anatroccolo tutto spennato
PARLATO: Essendo di origini brasiliane.
CANTO : di saudade morì.

LA CONFESSIONE

Parole e musica di Cip Barcellini ( anni ’60)

Primo, io credo di non avere sbagliato,
mettendo in dubbio tutto il Creato,
che fatto di furia e molto in fretta
non è riuscito una cosa perfetta.

Io, altro dio non ho avuto,
ma di questo non son compiaciuto,
perché non è detto che quello dato
mi è andato bene e l’abbia pregato.

Ho nominato il tuo nome invano
e a ragione supremo sovrano.
Spesso le cose non mi son quadrate,
quindi ti ho detto che eran sbagliate.

In quanto alle feste da santificare,
che vuoi che ti dica, non eran da fare,
perché dopo tanto lavoro noioso
avevo diritto a un po’ di riposo.

Il padre e la madre ho onorato,
anche se spesso mi son domandato
se quell’onore non era un abbaglio,
perché concepito fui solo per sbaglio.

Non ho ammazzato, ma sol per pigrizia
e per paura di quella giustizia
che se non spari per il tuo onore
non ti capisce e ti sbatte in prigione.

Ho fatto l’amore in ogni evenienza,
con grande trasporto e una certa prudenza.
Di aver fatto bene ne sono sicuro
e dimmi, per te, se questo è impuro.

Il settimo dice: “ Non devi rubare”
Ma ai tempi nostri non c’è altro da fare,
se no tu sopporti, oh povero oppresso
la tua patente di “onesto fesso”.

In quanto alle false testimonianze,
hai voglia di fare le tue rimostranze,
quando ti trovi in casa un bisavolo,
che giura che nato tu sei sotto un cavolo.

Ho speso una vita a desiderare
di avere una barca e una villa al mare,
di avere una rendita e un capitale,
di essere ricco temuto e curiale.

Di avere donne e pochi pensieri,
di avere diritti e niente doveri,
di avere quello che pochi hanno,
di avere fortuna e nessun danno.

Le donne degli altri mi sono piaciute,
le ho bramate e spesso avute,
ligio al tuo comandamento:
“Ama il tuo prossimo e fallo contento.”

Sì, lo ammetto. Sono reo confesso,
di aver peccato spesso ed omesso
solo una cosa e la voglio dire:
“ Io, non riesco a farmi pentire “

Si chiuderanno gli occhi un bel giorno,
l’ultimo sguardo al mondo e d’intorno
si scriverà un curioso finale:
“ TUTTO SOMMATO NON E’ ANDATA MALE “

LA BALLATA DEL BARBONE
Parole di Cip Barcellini – Musica: ( 1960)

Io abito fuori dal centro, alla Barona,
ho una casa che sembra a una casa,
vicino a un palazzo.
Quattro assi, un po’ di cartone e un copertone,
non c’è niente di meglio per me,
che sono un barbone.

Qualche volta vado in città, in piazza Duomo,
ho un amico che vende giornali
e che mi vuol bene.
Sotto i portici guardo estasiato le belle vetrine,
mi sorridono i bimbi gioiosi, ma non le signorine.

Poi, purtroppo c’è sempre qualcuno
che mi vien appresso.
“ Eih, barbun, cerca d’andartene. “
E mi spinge via.
“ Tu mi porti soltanto le pulci e manco una lira
E per giunta, ti me fa scapa’ la clientela.”

Me ne vado col pianto che sgorga
dagli occhi arrossati.
Faccio finta che è stata la polvere,
che vien dalla strada
e cammino pensando alla gente che crudelmente
pensa solo allo struscio, distratta ed assente.

Solo a sera io torno deluso, nella mia baracca
con i grilli, le rane, gli uccelli
che stanno cantando.
Quattro passi nell’aria fresca, in mezzo ai campi
e dimentico le luci del centro e i suoi abitanti.

LE ELEZIONI
Parole di Cip Barcellini – Musica… ( 1959 )

Ho guardato dalla finestra,
ho visto un frate grasso,
con una croce sulla schiena
e Libertas sotto al cappuccio.
Accanto, gli camminava un omettino,
con l’edera puntata sul cosino.

Ho visto , dietro ai due,
un nostalgico arrabbiato,
con una fiamma quasi spenta
e col volto rassegnato.
Una camicia sulle spalle aveva,
non si capiva se era sporca o nera.

Ancor più dietro, ma pur sempre in fila,
veniva una specie di Golia,
grasso, ben pasciuto, cordiale,
il classico prototipo dell’industriale.
Coi soldi si fa tutto, è assodato,
tant’è che il tricolore s’è comprato.

Dignitoso, con ghette e guanti,
sguardo fiero, passo regale,
lo scettro in mano e corona in testa,
c’era un principe reale.
Che al nodo matrimoniale,
ha aggiunto quello Sabaudo,
pensando “ Mal comune, mezzo gaudio”

Più indietro, in una ressa folle,
veniva un gruppo di lavoratori
stiracchiando una bandiera rossa,
che di rosso aveva due colori.
L’uno tinto con rosso italiano,
l’altro, con un rosso Russo-Siberiano.

Pensando che fosse Carnevale,
dalle voci, dalle urla, dai colori,
chiesi informazioni a chi di competenza.
Chiarirono l’arcano che succedeva fuori.
Molti, per giustificare le loro azioni,
avevano inventato “ LE ELEZIONI “.

ME L’HANNO AMMAZZATA
Parole e musica di Cip Barcellini ( 20/ 4 /1964 )

Me l’hanno ammazzata alle otto di sera.
Le hanno sparato due colpi nella schiena.
Poi, sono scappati protetti dal buio,
non ha visto nessuno, non ha visto nessuno.
LA LA LA LA
L’han messa su un carretto, l’han portata all’obitorio.
“ Morte accidentale, già stato precario.”
Poi, l’hanno abbandonata su un marmo tutto nero.
Sola, al cimitero. Sola, al cimitero.
LA LA LA LA
Il Commissario mi ha detto: “ Giovanotto, lasci stare,
tanto era “una di quelle”, inutile rinvangare”
“ Commissario, mi aiuti, come è stato? “
“ Non si sa “
LA LA LA LA
L’avvocato mi ha chiesto quanto guadagno al mese.
“ Sa, è per le spese, sa, è per le spese.”
E quando glielo detto. Mi ha risposto:
“ Non c’è male, ma è meglio lasciar stare.
E’ meglio lasciar stare.”
LA LA LA LA
L’hanno messa in una fossa, hanno scritto l’epitaffio.
“ Incidente sul lavoro”, han preferito scriver loro.
Poi, mi hanno detto: “ Tutto a posto, si deve rassegnare,
tanto è qui vicino, la verrà spesso a trovare.”
LA LA LA LA
Io, vado ogni mattina, con un fiore e con un cero,
rimango qualche minuto, solo al cimitero.
Poi, me ne torno casa e vado a lavorare.
Devo dimenticare, devo dimenticare.
LA LA LA LA
Lasciate che la canti, lei mi voleva bene,
l’unica mia gioia, fra le mie tante pene.
Lasciate che la canti, come l’ho vista in mezzo al prato.
Con due colpi nella schiena ed il viso rassegnato

MIO PADRE CARCERATO
Parole e musica di Cip Barcellini ( 1964 )

La prima volta che vidi mio padre,
fu tra le sbarre di una prigione.
La mamma era morta per il dolore,
mentre lo portavano a San Vittore.

Fui lasciato da solo per strada,
imparai presto a rubare
non avevo di che mangiare,
nessuno mi voleva a lavorar.

Ma ben presto mi misero dentro,
mi portarono al Beccaria,
mi affidarono poi ad una zia
che batteva sui vecchi Bastion.

Fu una sera d’estate, ricordo,
mi beccarono per favoreggiamento,
per due anni mi misero dentro,
per due anni con il mio papà.

Una sera sentii un compagno
che diceva : “ Più niente da fare,
pare proprio che stia male
e che crepi qui in prigion.”

Chiesi subito un breve permesso,
per andare in infermeria.
“ Figlio mio la colpa è mia “
Mi diceva il mio papà.
Era steso su un materasso,
era pallido, con l’occhio spento,
passato appena il primo momento
mi misi in ginocchio e pregai.

Lui mi tese, con sforzo estremo,
la sua mano, scarna e sudata,
io ricordo che glielo baciata
e che lui mi disse: “ Figliol. “

Arrivarono i secondini,
mi portarono via, spingendo,
li imploravo, invano, chiedendo
di restare col mio papà.

L’ho visto per l’ultima volta,
in una cassa, dalla prigione.
L’accompagnavano un prete e due suore
ed un paio di carcerier.

Io , da solo, piangevo aggrappato
alle sbarre della mia cella
e chiedevo alla mamma mia bella
di portarlo con lei su nel ciel.

Ma nel cielo ho guardato invano,
ed invano io l’ho cercato,
non c’è posto per un carcerato.
Non ci sarà posto per me.

PER PAOLA

Parole e musica di Cip Barcellini ( 1964)

Sotto ad un lampione, dopo le nove,
non c’è nessuno e intanto piove.
Tutti bagnati, ma non pensiamo.
Le mani in man noi ci teniamo.
La notte è scesa. Ci culla piano,
ormai siam dentro ad un pantano.

Amor, le solite parole, chi passa non potrà sentire,
anche il lampione, strano, si commuove
e lacrime di pioggia manda giù.

Sotto ad un lampione, in piena notte,
con i vestiti appiccicati,
noi ci teniamo stretti, stretti,
bagnati sì, ma innamorati.
Poi, ce ne andiamo e a poco a poco,
anche il lampione, che è stato al gioco,
si spegne lento e : “Buon riposo”
Lui ci sussurra, malizioso.

Amore, sfidiam con un sorriso
I buchi nelle scarpe e il raffreddore.
Facciamo una danza e sul tuo viso
c’è scritta la parola; “ Amore”
Facciamo un tip-tap, coi nostri passi
Gridando al mondo: “ Ci vogliamo bene”
Un musical battuto su due assi
senza spettatori e senza pene.

PER UNA CANZONE
Parole e musica di Cip Barcellni (1989)

Al tempo sella neve, è nato un nuovo amore,
ho colto un fiore bianco, nel campo del dolore.
Il tempo del riposo mi ha dato una carezza,
anche se non è vento, ma una leggera brezza.

Al tempo dell’oblio è giunta una speranza,
scusa amore mio, tu devi aver pazienza,
con un uomo che ha perduto il credo nella vita
e pensava, già da tempo, che fosse ormai finita.

Il tempo delle viole mi ha dato un altro fiore,
con petali diversi, con lo stesso colore.
Il tempo del futuro rinnova il mio cammino,
con la promessa vera di stare a te vicino.

Controllo la clessidra la varietà dei tempi,
dimmi che è tutto vero, dimmi che tu, non menti.

QUEL DEL ROXY BAR

Parole e musica di Cip Barcellini ( 1965 )

Sono il ganzo del Roxy Bar.
Con me le donne han poco da scherzar.
Ho il vestito a righe nere,
la pistola nel gilet,
il cappello so tenere
sul tre quarti, alla francais.

Sono amico dicon del giaguaro.
Discendente da nonno “Il Corsaro”
Se alla sera tu mi vedi
girar per la città,
un consiglio “Torna a piedi”
e scansati un po’ in là.

Se mi guardi col sorriso sulle labbra,
neppure il solletico mi fai,
le pistole io ti spiano, ma con rabbia
e finisci per metterti nei guai.
Quindi attento giovanotto imprudente,
te l’ho detto, sono quello del Roxy Bar,
Con un colpo io ti cario un dente
e col secondo te lo faccio saltar.

Rammenti quel giorno a Cefalù,?
Erano sette e non li ho visti piu’,
ho sparato facendo un gran casotto.
Erano sette, ne ho ammazzati otto.

RAGGIO DI SOLE

Parole di Cip Barcellini. Musica : (1960)
Quando un raggio di sole
filtra nella mia stretta via,
quando un lembo di cielo
porta una nota di allegria,
nella strada sporca e buia,
dove regna la povertà,
io, nel mio abbaino,
conosco la felicità.

I bimbi infreddoliti
rubano il raggio di sole,
lo tirano, se lo contendono,
ognuno di loro lo vuole.
Quando il raggio riposa
ed espande il suo calore,
silenziosi tutti si sdraiano
mostrando il loro candore.
Anche i vecchi, sulle porte,
ammirando il filo d’oro,
protendono le mani,
voglion caldo pure loro.
La massaie sorridenti
si affacciano ai balconi
e ringraziano il cielo
intonando le canzoni.

Su, nel mio abbaino,
sento in cuore che la vita,
mi procura con quel raggio
una gioia inaspettata.
Poi, lo segue tristemente
mentre piano se ne va,
a riscaldare gente
di una strada, un po’ più in là.

SABATO POMERIGGIO
Parole e musica di Cip Barcellini (18/6/1964)

Sabato pomeriggio noi facciamo “ all’amore”
Tanto ormai abbiam finito, le quarantacinque ore.
Ci siamo meritati il riposo che ci spetta,
dalle cinque alle sette, poi a casa in tutta fretta.

Sabato pomeriggio, dedicato “all’amore”,
tutto ormai pianificato, anche questo è fatto ad ore.
Tu telefoni alla mamma, che rincasi un poco dopo,
“ Sai è uno straordinario e lo pagano anche poco.”

Sabato pomeriggio in soffitta, dentro chiusi,
ci crediamo innamorati, siamo solo due illusi.
Comperiamo anche del whisky, sigarette americane,
dentro ad un’oasi di fumo, noi sogniamo cose strane.

Sabato pomeriggio, sei svanito in fretta,
hai rubato qualche ora alla nostra giovinezza,
una voglia mal repressa, due baci ed un ti amo.
Poi, di corsa verso casa, con la mano nella mano.

Sento già in lontananza, una voce che ti chiama.
“ Scappa Cip, è mia madre, ci vediamo in settimana.”

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