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R: Sono nato col doppiaggio. L’ho sempre fatto anche prima di fondare con altri la Prima Cooperativa Milanese e poi la Merak Film e la Deneb Film. Ho diretto degli sceneggiati per la RAI fino al 1996. Evidentemente era destino. Un attore-doppiatore certo, deve avere una bella voce o una voce particolare, poi bisogna essere “portati” avere una buona dizione: non tutti i bravi attori però sono bravi doppiatori e non tutti i bravi doppiatori sono bravi attori. La mia scelta però allora, fu motivata esclusivamente da motivi famigliari, che mi hanno prima costretto, poi permesso di costruire tutto questo.
D: dalla sua esperienza come doppiatore e direttore di doppiaggio, cosa è cambiato rispetto a prima?
R: Ai miei tempi…come su usa dire, non aveva molta importanza il numero delle righe del testo da doppiare in una giornata. Era la qualità del lavoro il vero indicatore. Ora invece, il Contratto Nazionale prevede un minimo ed un massimo di esecuzione e la qualità, secondo me, non è più un indicatore, ma un sottocriterio a cui molti non si attengono, ma non per migliorare.
D: diventare doppiatore, una professione sicuramente evocativa ed affascinante. Ma un doppiatore professionista adesso lavora meno o di più rispetto al grande boom degli anni 60?
R: E’ fortunato se lavora. Ormai si è standardizzato il “mestiere” come da contratto. Non esiste più la distinzione tra giovani professionisti e veterani del settore.